L’evento-mostra è centrato intorno ad una pregevole e innovativa mostra bibliografica, sostenuta a sua volta da numerosi eventi ed attività collaterali finalizzate a dare un forte contributo iniziale alla ricerca scientifica sull’origine del cacao-cioccolata in Italia, al fine di colmare quella lacuna iniziale delle “famose tre ipotesi” delle quali gli storici della cioccolata hanno dibattuto sino ad oggi e che con questa mostra si vedono in parte risolte.
Un dato è certo: mai altra cosa importata dal Nuovo Mondo ha fatto parlare e scrivere di sé quanto la cioccolata, anche sotto l’aspetto culturale e scientifico; eppure, di questi nuovi alimenti quali patata, mais o granoturco, pomodoro, fagioli, peperoni, girasole, fico d’india, arachide, patata dolce, topinambur, avocado, ananas, jojoba … mai si è parlato, scritto, proibito e bevuto tanto come del “caccao” o del “cioccolate”!
E’ inconfutabile che il primo europeo a vedere il cacao, senza capire però di che si trattasse, sia stato Cristoforo Colombo durante il suo quarto viaggio (agosto 1502).
La maggior parte degli studiosi (e anche di questo la mostra darà risalto) afferma che il merito, in positivo, dell’introduzione del cioccolato in Italia e soprattutto in Toscana è del fiorentino Francesco D’Antonio Carletti (1573-1636), il quale visita nel 1591 «tutto l’Universo dall’Indie Occidentali alle Orientali» e le piantagioni di cacao americane, e ritornando a Firenze nel luglio 1606, afferma che il cacao è una pianta che produce «un frutto tanto celebre e di tanta importanza» che «serve ancora di moneta per ispendere e comperare sulle piazze cose minute».
Altri, invece, contestano questa attribuzione e dicono che Carletti ne fu solo un grande estimatore e il suo merito consiste unicamente nell’averne diffusa la conoscenza in Italia, affermando che la cioccolata fu invece introdotta in Italia dalla Curia romana che ne aveva appreso l’uso dal clero spagnolo, comprendendo questo ”cibo” fra la voluttà gastronomica e la medicina ma con risvolti pure monetari nello scambio delle merci con l’America Centrale (Messico) di quegli anni.
In un periodo, in cui la religione investiva ogni aspetto della vita, il problema se la cioccolata (“bevanda di delizia”) rompesse o no il digiuno era di non trascurabile importanza. Religiosi, teologi e filosofi si schierarono pro o contro a seconda del loro maggiore o minore rigore religioso. Il gesuita spagnolo Escobar y Mendoza, celebre per la sottigliezza delle sue argomentazioni ma anche per la sua morale accomodante sentenziò, che “Liquidum non frangit jejunum” (un liquido non rompe il digiuno) ed allo stesso modo, il cardinale Francesco Maria Brancaccio nella sua opera “De chocolatis potu diatribe” sostiene che la cioccolata rompe il digiuno solo se densa, perché diventa cibo, più che bevanda.
Una terza ipotesi degli storici, fra le maggiori, è che la cioccolata abbia fatto la sua prima apparizione in Piemonte ad opera del Duca Emanuele Filiberto di Savoia “Testa di ferro” (1528/1580), Gran Capitano Generale degli eserciti di Spagna, al suo ritorno in patria dopo la vittoria di San Quintino (1557). Di questa ipotesi, però, non si è rinvenuto alcun riscontro scritto.
Comunque, sia che l’uso del “cioccolatte” fosse introdotto direttamente dal Nuovo Mondo delle Americhe (Carletti) o indirettamente tramite la Spagna (Curia romana, Medici o Emanuele Filiberto), è certo che l’Italia fu il primo paese d’Europa, dopo la Spagna e Portogallo, a scoprire l’uso di questa nuova “bevanda di delizia” e tra le prime ipotesi che avanzano gli storici non si può sottovalutare il ruolo della Toscana, tenuto ben presente dalla mostra.






