Dai più lontani porti dell’Oriente e delle Americhe i gesuiti avevano dimostrato uno straordinario attivismo nel promuovere la commercializzazione e la celebrazione in Europa di nuovi prodotti esotici, come tabacco caffè e cacao, e di inediti rimedi medicinali, come il chinino. Il gran cerimoniere e l’interprete ufficiale della ‘filosofia gesuitica’ nei confronti della cioccolata fu il napoletano Tommaso Strozzi, che Redi celebrò nel Bacco in Toscana come “gran teologo e predicatore insigne della Compagnia di Gesù”. Sul terreno culinario, verrebbe da dire, le intenzioni dell’ala più combattiva della Chiesa controriformista e della scuola galileiana del Cimento trovarono quell’intesa che, nonostante ripetuti tentativi, era drammaticamente fallita sul terreno dell’astronomia e delle scienze sperimentali.
Per celebrare le virtù della cioccolata Strozzi aveva composto un piccolo ditirambo di 169 endecasillabi; era piaciuto a tal punto a Redi, che aveva deciso di pubblicare questa “galantissima poesia” nelle Annotazioni al Bacco. Con la giustificazione che l’amico aveva “gentilmente descritta con nobiltà e proprietà di versi latini” la “maniera di manipolare il cioccolatte in pasta e di ridurlo poscia in foggia di una bevanda”. Strozzi aveva infatti messo in poesia tutte le diverse fasi della preparazione della cioccolata: dalla torrefazione e macinazione dei semi all’impasto del burro di cacao; dalla esatta elencazione degli ingredienti alla descrizione delle diverse fasi di preparazione della cioccolata bollente, per finire con il rito della degustazione della preziosa “ambrosia”. E alla fine non aveva saputo trattenere un impeto di godereccia esultanza: “Oh quale spuma gravida/ Di vaghe bolle innalzasi/ Dal vortice gialliccio,/ Ed oh! qual brilla/ Sul nero labbro nembo rugiadoso, Qual odoroso/ Fumo le nari mie grato titilla! […] Ed oh! qual gusta allor grato sapore,/ Nuova rugiada ed odoroso fiore!/ A qual gentil palato,/ Qual v’ha più grata ambrosia?/ Qual meglio può lo stomaco/ Sedar, quand’è irritato?”
Quattro anni dopo il Bacco, Strozzi aveva pubblicato a Napoli un poemetto di oltre 70 pagine, intitolato De mentis potu sive de cocolatis opificio libri tres, che non è mai stato letto dagli storici della cioccolata, ma che rappresenta la più sorprendente esaltazione dell’elisir messicano che sia mai stata scritta nel Seicento: in latino e da un gesuita.
“Bevanda dell’anima”, nettare spirituale preparato dagli dei dell’Olimpo e destinato in modo particolare agli uomini di cultura: questa era la qualifica che fin dal titolo Strozzi attribuiva alla cioccolata. Per i gesuiti del Seicento la cioccolata trasmetteva sottili messaggi spirituali, poteva diventare strumento di politica culturale e religiosa, veicolo di penetrazione edificante nelle più diverse pieghe della società europea a maggior gloria di Dio e della Compagnia di Gesù. Mescolata con un’altra risorsa del Nuovo Mondo, lo zucchero di canna, quel “fiore zuccherino” (“sacchareum florem”) che aveva regalato all’Europa il Brasile (“hispanus Brasilis”), la polvere di cacao poteva infatti reintegrare, grazie al suo “ambrosio succo”, le “perdite della mente logorata” (“dispendia attritae mentis”). Non a caso, per esaltare le mirabolanti virtù della cioccolata, Strozzi ricorreva a tutte le risorse del vocabolario medico classico: nettare messicano (“mexiacum nectar”), farmaco per la mente abbattuta (“dejectae pharmaca mentis”), balsamo per la vita malferma (“labentis opobalsama vitae”), elisir americano (“ammericum elixir”), panacea messicana (“mexiacam panaceam”).
Altri, religiosi e laici, non sarebbero stati dello stesso parere. In questo modo si sviluppò per decenni una violenta polemica tra “cioccolatieri” e “anticioccolatisti”, che vide la Toscana dei Medici al centro dell’attenzione.






