Nel corso del Seicento la cioccolata aveva assunto una connotazione troppo ispano-gesuitica, viste le lodi sperticate che le avevano tributato i seguaci di S. Ignazio, perché non suscitasse rimostranze sia dal fronte laico che da quello religioso. Ad aprire le ostilità fu nel 1676 il medico genovese Francesco Felini, che, dopo essersi qualificato un “cioccolatiero christiano”, bollava come "appassionati cioccolatieri", cioè in sostanza come moderni epicurei quanti pretendevano di legittimare il “vitio di prender la cioccolata in giorno di digiuno”, mettendo a repentaglio sia la salute del corpo che quella dell’anima. La sua Risposta dimostrativa che la cioccolata rompe il digiuno gli fece così conquistare sul campo il ruolo di capo degli “anticioccolatisti” italiani.
Oltre che cristiano, Felini dimostrava di essere un “cioccolatiero” molto tradizionalista, che non amava affatto le ricercatezze della cucina barocca che andavano di moda a Firenze. Sosteneva infatti che la migliore ricetta era quella messa a punto a Genova, che prevedeva: “Cacao libre 25. Zuccaro libre 13. Canella fina libre una, e mezza. Vaniglie numero 75. Pepe bianco dramme due, o tre. Muschio e ambaro a compiacenza”. Raccomandando però di mettere “pochissimi” semi di muschio e di ambra, perché la “cioccolata profumata d’odori” penetranti non era affatto adatta per “certe dame”, che, illudendosi “di trovar nella cioccolata un nettare di Giove overo un dolcissimo elissir vitae, si berrebbono in vece un amarissimo calice di morte”.
Certo, nessuno poteva disconoscere i benefici effetti alimentari della cioccolata; ma essa aveva per Felini una inquietante controindicazione: metteva in ebollizione gli spiriti venerei, alimentava il fuoco della libidine, stuzzicava gli stimoli della carne, al punto che, sentenziava il medico, “qualunque si sia il cioccolatiero, vecchio o giovane, huomo o donna”, dopo averne bevuta una sola tazza pare “invasato dallo stesso spirito d’Asmodeo”, tanto è “l’ardore” che gli si accende “nel sangue”. Il monito che il medico genovese lanciava agli “abituati cioccolatieri” era pertanto severissimo: “Chi dunque vuol conseguir merito dal digiuno stia lungi dalla cioccolata; perché altrimenti facendo, a lui avverrà come all’infelice Orfeo, il quale per amore della sua Euridice precipitò miseramente nell’Inferno. […] Sìche, cioccolatiero mio, la vera prudenza è il fuggir le occasioni con dilungar l’occhio, il pensiero e la bocca dalla cioccolata, la quale non niego ch’ella è una sirena di sapore che ti lusinga il palato, ma solo per ucciderti”.
Chi erano i “cioccolatieri” contro cui si scagliava Felini? In quali ceti sociali, dentro quali palazzi si consumavano questi riti e queste libagioni poco meno che demoniache? Non c’erano dubbi: gli adepti della cioccolata erano in primo luogo le “dame cioccolatiere”, quelle “cortesissime” gentildonne di ogni parte d’Italia, “abituate ed avide di bere cotidianamente questo nettare d’India”. Ma altri, ben più temibili e potenti erano i “cioccolatieri appassionati”, i “fomentatori della cioccolata”, gli “avvocati del vitio e della falsità”. Rivendicando il proprio statuto di cittadino di una repubblica e “città libera” come Genova, dove “libere e non ischiave” erano “ancor le penne e le lingue”, Felini dirigeva i propri strali contro principi, nobili ed “archiatri cioccolatieri”.
Con chi ce l’aveva tanto Felini? Egli si era ben guardato dal fare nomi, ma c’era un unico archiatra in circolazione che era anche “cioccolatiere”: Francesco Redi. L’attacco era troppo esplicito e virulento per non pensare che non avrebbe suscitato reazioni a Firenze. Ma Redi era troppo furbo e prudente per esporsi in prima persona. Fu così che venne pubblicata, prima a Genova nel 1677 e poi a Firenze nel 1680, una feroce, anonima Replica alla Risposta dimostrativa di Felini. Il frontespizio della Replica non portava il nome dell’autore, ma la sottoscrizione era particolarmente esauriente di informazioni, forse anche troppo. L’opuscolo era stato scritto “nel Palazzo de’ Grifi su le colline di Pisa” il “20 aprile 1677” da un tale “Giovanni Battista Gudemfridi”. Nella ristampa fiorentina del 1680 l’identificazione dell’autore si complicava ancora: prima del frontespizio era stato infatti inserito questo occhiello: “Differenza tra il cibo e ‘l cioccolate, Esposta all’Illustriss. Et Eccell. Sig. Niccolò D’Oria Principe D’Angri & da Gio. Batista Gudenfridi” [sic]. Chi era questo Gudemfridi o Gudenfridi? Si trattava chiaramente di uno pseudonimo, perché nella letteratura italiana non si ha notizia di un autore con questo nome. Ma per un vero colpo di fortuna le risorse della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze ci possono aiutare a risolvere questo piccolo giallo editoral-culinario del Seicento. L’esemplare conservato nel Fondo Palatino ed esposto nella mostra è davvero speciale. Non solo riporta infatti nella pagina del frontespizio l’ex-libris del Canonico Giovanni Vincenzo Capponi, ma nella pagina dell’occhiello, proprio sotto il nome Gudemfridi, si legge questa nota identificativa: “Del R. P. Niccola Buonapace della Compagnia di Gesù”.
Ma chi era questo enigmatico Gudemfridi-Gudenfridi-Buonapace? Mistero, perché non è esistito nessun gesuita di nome Nicola Buonapace. Gli annali della Compagnia di Gesù hanno invece conservato tracce di un tal Giovanni Battista Bonapace, nato a Perugia nel 1616 e morto nel 1702 a Montefoscoli, una frazione dell’attuale Comune di Palaia, in provincia di Pisa. E proprio a Montefoscoli risiedeva fin dal Medioevo la nobile famiglia dei Grifi, ragion per cui è ragionevole pensare che l’indicazione del “Palazzo de’ Grifi su le colline di Pisa” abbia un solido fondamento di verità.
Chiunque fosse Bonapace, fatto sta prendeva le difese di Firenze e ribatteva colpo su colpo alle accuse provenienti da Genova. Non solo ribadiva che la cioccolata non rompeva il digiuno, ma negava con decisione che una tazza di ‘ambrosia messicana’ costituisse “materia” e “fomento alla concupiscenza” e trasfondesse nel corpo “spiriti diabolici”. Bastava leggere la biografia di “S. Rosa, vergine del Perù e religiosa del fiorentinissimo Ordine di S. Domenico”, dove era riportato un vero e proprio miracolo: un giorno che la suora stava per svenire dal digiuno e dalla macerazioni ascetiche le era apparso un angelo, che, visto che si era in Perù, le aveva offerto “una coppetta di cioccolate” per ristorarla. Se era un angelo, come poteva averle dato una bevanda del diavolo? Non restava che concludere che la cioccolata non era solo un “nettare generativo di spirito vitale”, ma ….. una “bevanda angelica”.
Lo scontro tra Genova e Firenze, tra cioccolatieri e anticioccolatisti stava tutto qui: cos’era la cioccolata? Una bevanda diabolica o angelica? La storia è lì a dimostrare che ha senza ombra di dubbio vinto Firenze.






