L’esecuzione dell’Officium Beatae Mariae Virginis – che risulta incompiuto - è stata stabilita in una nota del bibliotecario Giunio Carbone fra il 1702 e il 1711, deducendo le date dal calendario perpetuo posto all’inizio dell’opera e dall’anno che compare su una medaglia raffigurata alla pagina 640 del terzo volume. E’ probabile tuttavia che l’esecuzione si sia protratta oltre quell’anno, per la presenza di una immagine del castello di Bartenstein, riedificato a partire dal 1711.
La decorazione dell’Officium è di qualità molto elevata e per vari aspetti straordinaria, crediamo quindi sia possibile, dal punto di vista decorativo non solo per la perfezione formale, ma per l’inconsueta ricchezza e varietà di temi e motivi iconografici, che gli ignoti artisti hanno riunito con inesauribile capacità d’invenzione, tanto da rendere il codice uno stupefacente repertorio d’imagerie barocca. Ogni pagina è decorata a tema con immagini che rappresentano, come in una Wunderkammer della memoria, tutto il mondo reale e fantastico che poteva essere noto ad un artista di cultura cosmopolita, raffinata e non convenzionale.
I temi iconografici, che non hanno nessun rapporto con il testo - ad eccezione di poche immagini sacre che introducono le ore liturgiche - raffigurano, con un realismo talvolta sconcertante, fiori, frutti, piante, molti dei quali esotici ed originari dell’America cemtro-meridionale, minerali, animali reali e fantastici, oggetti di antiquaria, ma anche gueux e saltimbanchi alla Callot, mostri alla Bosch, preziosi gioielli e oggetti d’uso domestico come un toccante nécessaire per il cucito. Poi una grande abbondanza di cineserie di ogni genere; vedute di città, vascelli e villaggi con mulini a vento.
Una serie di otto castelli – le uniche immagini con una didascalia – illustra le pagine 837 e 838 del quarto volume. Si tratta dei castelli Habsburg, Ambras, Württenberg, Falkestein, Bartenstein, Katzenellenbogen, Clauss – forse Klaus – e Loevestein. Speravamo che i nomi dei proprietari degli edifici potessero dare una indicazione per individuare l’eventuale committente dell’Officium, ma essi, sparsi fra Austria, Svizzera, Germania e Olanda, sono appartenuti a casate diverse e niente, a nostra conoscenza, li collega.
Fra i temi iconografici presenti nel manoscritto in particolare in questa sede interessano quelli che decorano diverse pagine (due del trerzo volume e quattro del quarto volume). Sono raffigurati, con lo stupefacente realismo di cui dicevamo: Cioccolatiera con tazzina e relativa scatola per il cacao; Chicchera decorata a due manici; Cascara e Semi di cacao, tre Pastiglie e due Tavolette di cioccolata con impresso un marchio, che crediamo di fabbrica, rappresentante una croce di Lorena e la sigla SPQR, di cui non abbiamo sciolto il significato; due Chicchere con due Barrette di cioccolata. Inoltre, si trovano anche tra le tante tazzine illustrate, una tazzina cinese, fette di pane abbrustolite, una ciotola di zucchero e un’altra tazzina cinese con decorazioni azzurre, contenente una bevanda.
Insomma una completa raffigurazione delle varie forme in cui si presenta l’esotica delizia, argomento di questa mostra, che fu introdotta in Europa fra Sei e Settecento e il cui consumo, insieme a quello del caffè e del tè, modificò rapidamente i costumi della società dell’epoca. Non stupisce nel contesto figurativo che abbiamo rapidamente riassunto la presenza di simili oggetti: certo illustrare le pagine di un testo liturgico con barrette di cioccolata è perlomeno inconsueto, ma ci riporta all’immaginario ricco di meraviglie e di affetti di un artista che doveva ben conoscere il Nuovo Mondo e le recenti abitudini della buona società, che ormai scandiva le ore della giornata assaporando i rari prodotti che di là provenivano.






