22-09-2004 - Un viaggio nel dolciario napoletano

Le “dolcezze” costituiscono un capitolo goloso e vario della gastronomia napoletana, che oltre all’influsso delle differenti dominazioni a cui la città è stata sottoposta, risente dell’inventiva tipica del popolo partenopeo.
La prima delizia che merita l’assaggio, sono gli struffoli, la cui origine sembra risalire addirittura ai greci, che sembra preparassero gli struggolos, con un impasto di farina e acqua, tagliato a pezzetti, fritto nell’olio bollente e cosparso di miele fuso.
Durante il Medioevo, nella segretezze dei conventi, monaci e monache sperimentano, su richiesta di grandi e potenti famiglie, nuove ricette, estrose e gustosissime, per allietare i banchetti di fidanzamento, le feste religiose e gli incontri diplomatici.
E’ questo il periodo in cui nascono mille delizie soffici e leggere, dai susamielli del convento di Donna Regina, alle monachine del monastero delle Trentatrè di Via Pisanelli, alle sapienze di quello di Santa Maria della Sapienza fino alla santarosa, antenata della rinomata sfogliatella riccia e frolla, che prese il nome dall’omonimo convento di Conca dei Marini sulla costiera Amalfitana, dove le suore la preparavano con semola cotta nel latte e dolcificata, condita con amarena, uova, frutta secca, rigenerata nel liquore al limone, racchiusa tra due pettole di pasta sfoglia chiusa a forma di cappello monacale.
E’ grazie a Pasquale Pintauro, un rinomato pasticcere napoletano, che la ricetta esce fuori dal convento. L’antica pasta viene rimpicciolita, alleggerita dall’amarena e dalle uova e resa frolla per trasformarsi nella sfogliatella che oggi tutti possono gustare.
Il tour de gusto continua con il golosissimo babà, inventato addirittura dal re polacco del XVIII secolo, Stanislao I Leszczynski, celebre per il suo gusto gastronomico e diventato simbolo universale della pasticceria napoletana.
Il suo nome deriva dalle sensazioni che il re provò nel gustare un dolce di origine austriaca il Kugelhopf, così da chiamare questa prelibatezza bagnata nel rhum Alì Babà, in omaggio alle Mille e una Notte. Dopo essersi occupato degli impegni politici e dopo la pace di Vienna del 1738, il re si dedicò al perfezionamento della ricetta e alla sua diffusione.
Il tour continua con la pastiera, anch’essa nata all’ombra dei chiostri nel periodo della Resurrezione. Forse fu opera di una suora che, probabilmente nel convento di San Gregorio Armeno, mescolò ricotta, grano, uova, acqua di millefiori, cedro e erbe aromatiche venute dall’Asia dando vita alla succulenta Pastiera, dolce pasquale per eccellenza che, secondo la tradizione, viene regalata tra amici e parenti perché nessuna famiglia resti senza dolce il giorno della festa.
Anche la Zeppola nacque tra le austere mura di un convento, quello di Santa Patrizia. Simbolo della festa di San Giuseppe, preparata sia fritta sia al forno, farcita di crema e amarena, è protagonista di un evento di strada “la festa della zeppola di Paiazza”.

E dopo tanti dolci non può mancare una il caffè. Vero e proprio culto napoletano, il caffè è un rito e un piacere, da gustare in solitudine o in buona compagnia.
Sono legati alla famosa bevanda aneddoti e poesie come ad esempio il monologo di Eduardo de Filippo, nella commedia “Questi fantasmi”.
Tanti sono i santuari della “tazzulella” nel centro storico di Napoli. Tra questi, sosta obbligata è il caffè Gambrinus, caffè storico in perfetto stile liberty, che, dal 1860, è stato punto di ritrovo di uomini di grande cultura quali il celebre poeta D’annunzio, Salvatore di Giacomo, Eduardo Scarfoglio.
Altri rinomati templi del caffè sono il Caffè del Professore, dove si possono gustare ben 60 tipi di caffè ed il nocciolato, vero elisir per il palato, Amadeus per i veri appassionati, ai quali il caffè viene preparato con una ricetta segretissima, o ancora il caffè letterario IntraMoenia, dove si può sorseggiare un caffè bollente mentre si sfogliano  libri su Napoli e sulla storia della sua amata bevanda nera.





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